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GIPSY VIETNAM E LA LUNGA DISCESA VERSO IL SUD

Prima di partire per la scoperta del Vietnam contavamo di attraversarlo in non più di 20 giorni. In realtà pensare di attraversare tutto il paese in meno di un mese diventa un tour de force degno di un gioco a premi: le distanze sono importanti e traffico e condizioni delle strade le rendono ancora più impegnative. Ogni spostamento, notturno o diurno che sia, porta via praticamente una giornata includendo attese, soste e tempi tecnici di ripiglio. Noi in 29 giorni accumuliamo un buon centinaio di ore di spostamento. Niente male vero?

Insomma, a meno di voler scegliere tre o quattro tappe e spostarsi poi in aereo, per attraversare il Vietnam da nord a sud un mese è il minimo sindacale, e anche così si corre: noi ci siamo spostati in media ogni due giorni ed arrivati all’ultima tappa l’impressione è quella di aver corso una maratona.

Devo anche dire che le due settimane di discesa attraverso il sud del Vietnam ci sono sembrate probabilmente più pesanti anche perché qui è mancata quella fondamentale carica positiva che arriva dallo stupore, dalla gioia di una scoperta inaspettata o di una chiacchierata di quelle che ti fanno brillare occhi e cuore. Tanta, troppa gente dappertutto, una natura meno spettacolare e poche gioie anche quanto a cibo e empatia con le persone. Non fraintendetemi, non è successo niente di male, solo ci siamo resi conto che a volte viaggiare può significare anche rendersi conto che con un dato posto, come capita con le persone, proprio non si riesce entrare in sintonia. 

Ma passiamo ai fatti.

Riprendo il racconto da quando dopo due giorni e mezzo fuggiamo dalla folla che invade la pur bellissima Hoi An. Destinazione NHA THRANG, una città costiera che sappiamo essere fin troppo turistica per i nostri gusti, il piano è quindi fare base qui per esplorare la costa nei dintorni che dovrebbe riservare, stando alle mie ricerche, alcune piacevoli sorprese.

La prima sorpresa arriva però quando scopriamo che i prezzi degli hotel sono circa il doppio rispetto al resto del Vietnam, la seconda quando ci rendiamo conto che il nostro limite di sopportazione qui difficilmente potrá andare oltre le 24 ore. Nha Trang è una specie di Rimini un po’ più pretenziosa, affollata e rumorosissima, dove dormire è un’impresa dalla prima mattina causa traffico alla sera causa musica più che a palla che dai locali lungomare fa tremare le pareti del nostro hotel. Avrei voluto esplorare le baie di Doc Let e Cam Lap, poco lontane dalla città, ma in fondo avremo presto la nostra dose di mare a Phu Quoc, quindi decidiamo di riprendere la fuga, destinazione Da Lat. 

DA LAT è descritta in tanti blog come una tranquilla cittadina sulle montagne, amata per il clima, per il centro di gusto francese e la natura che la circonda tra cascate, piantagioni di fragole e di fiori, e noi non vediamo l’ora di scoprire questo paradiso bucolico. Su booking anche qui pare non esistano stanzette a buon mercato (se è un paesino, ci diciamo, può essere!) ma Couchsurfing ci viene in soccorso e saremo per due notti ospiti di Happy (il nostro primo Couchsurfing, che emozione!).

Avvicinandoci a Da Lat ci stupiamo della quantità di serre verdi intervallate da case coloniali in tinte pastello, fino ad arrivare a un bel laghetto con tanto di tour eiffel in miniatura sullo sfondo, attorno a cui si sviluppa quello che proprio un paesino non é…abbiamo di fronte una città piuttosto grande e anche decisamente trafficata! Niente ritiro bucolico per noi. Il centro è l’ormai consueto via vai di macchine, scooter e fiumi di persone, in compenso il nostro ospitante ci regala una stanzetta tranquilla e pulita anche se condivisa. Sembra in tutto e per tutto un piccolo ostello for free. La cosa strana che Happy, un ragazzo gentile e dall’età indefinita, non vuole assolutamente nulla in cambio, nè passerà molto tempo con noi e i 3 ospiti con cui condividiamo la stanza. Anche quando proviamo a invitarlo a cena ci dice che ha tanti impegni e che non dobbiamo sentirci in nessun modo vincolati. Insomma, a noi avrebbe fatto anche piacere condividere qualche momento con lui, soprattutto dato che fino ad ora un pò per le barriere linguistiche un pò per l’attitudine della gente è stato veramente difficile aver uno scambio con le persone del luogo, ma apprezziamo comunque tantissimo la sua generosità incondizionata. Sarà per una questione di karma? Non sappiamo, ma è bello che ci siano persone così.

I nostri compagni di couchsurfing comunque ci calzano a pennello, e con loro esploriamo la sera il Night Market, che si rivela assolutamente invivibile: ho visto una tale ressa solo davanti all’ingresso del Plastic ai suoi tempi d’oro. Anche qui lo street food non ci convince, ripieghiamo quindi su un bbq coreano regno dello spicy che ci fa andare a letto non troppo sazi e con le papille in fiamme.

Ma non ci facciamo scoraggiare dall’inizio, quindi il giorno dopo noleggiamo un motorino (dopo aver girato 4 rental, tutto sold out) e ci avventuriamo per 40 km nella campagna dalattiana fino alle Elephant Falls. Parcheggiamo, paghiamo (ebbene si, qui è tutto monetizzato) e scopriamo che le elefantesche cascate in questa stagione sono poco più che un ruscellino decisamente poco scenografico ma comunque affollato. E’ una condanna.

Ripartiamo alla volta di una seconda cascata, le Datlana Falls, ma oggi non è proprio la nostra giornata, e google maps ci mette del suo portandoci lungo una strada il cui ultimo tratto è chiuso agli scooter. Troviamo un’alternativa ma una volta arrivati a destinazione manca poco alla chiusura.

Qui le cascate sono trasformate in una specie di parco divertimenti con tanto di rollercoaster che sfreccia tra la foresta alla modica cifra di 6 dollari la corsa. Ammazza. Ma vabbè, crepi l’avarizia, questo vogliamo farlo. Decidiamo quindi di tornare il giorno dopo, non prima di aver prenotato un posto sul primo bus disponibile per fuggire (ancora una volta) da tanta ressa. Primo buco lunedì pomeriggio, abbiamo ancora un giorno e mezzo qui, oook! Troviamo un hotel a fatica per la terza notte dato che anche Happy è fully booked. Maledetto TET, per fortuna con il lunedì si tornerà alla normalità, ma gli ultimi 10 giorni tra folla e prezzi alle stelle sto TET ce li ha proprio fatti andare per traverso.

La nostra domenica pre partenza ha quindi in programma certamente le Datlana Falls nel pomeriggio, sperando che una parte dei vacanzieri da TET si sia già rimessa in viaggio, mentre dedichiamo la prima parte della giornata alla pagoda più particolare mai vista in Asia, e credetemi, abbiamo ormai un buon numero di riferimenti. 

La Linh Phuoc Pagoda, a qualche km dal centro città, è un coloratissimo mosaico di cocci di vetro e ceramiche di recupero. Un mega dragone affianca la facciata, un altro serpeggia nel cortile, altri si avviluppano alle colonne ai lati dell’ingresso…e poi balconcini, statue che sembrano uscite da un manga, corrimani istoriati…è un tripudio del kitsch talmente ben riuscito da risultare affascinante. Oltre alla pagoda principale c’è una torre a più piani collegata ad un terzo edificio  dalla cui terrazza si gode una bella vista dell’insieme…rovinata anche qui (aaargh!) dai circa 20 pullman carichi carichi di cinesi che si danno il cambio per scaricare nel piazzale il loro contenuto munito di megaobbiettivi ed ombrellini prima di parcheggiarsi esattamente davanti alla pagoda. Ooook!

Ad ogni modo i mosaici ci rapiscono per tre ore buone, quindi arriviamo all’appuntamento con il rollearcoaster un pò più tardi del previsto. 

Ad ogni modo eccoci, si parte! Il freno è manuale, bello pensiamo, si va a tutto gas….no, niente tutto gas…dopo qualche curva ci feriamo in coda dietro ad atri 10 vagoncini che si sono fermati perché…ehi è il posto perfetto per un selfie! Pace interiore…pace interiore….

Comunque stop obbligati a parte il percorso sarebbe top, tra curve e discese in mezzo alla foresta fino ad arrivare ai piedi di una cascata che poi si potrebbe risalire lungo un sentiero. Ma dato che da bravi ritardatari il sole sta andando via, diamo solo un’occhiata fino a farci gentilmente invitare a metterci in coda (e che coda) per riprendere il vagoncino del rollercoster, che quanto meno ci risparmia la sfacchinata di risalire fino all’ingresso.

La sera decidiamo di consolarci con un ristorante carino e scegliamo il Biang Bistro. Oh, finalmente qualche gioia! Ci sediamo ad un tavolino in bambù in mezzo ad un giardino curatssimo con tanto di fuocherello a scaldare l’aria fresca della sera, e il caos del centro sembra lontano. L’attacco della cena non parte con applausi perché la pasta gratinata al formaggio che scegliamo con la bava alla bocca arriva e….è piccanterrima! Ma io dico, se avessi chiesto una pasta all’anduja capirei, ma formaggio gratinato!! Ad ogni modo il resto della cena è ottimo e si scusano del “disguido “ offrendoci un dolce da leccarsi i baffi, quindi almeno stasera andiamo a nanna con la pancia piena.

Torniamo anche per colazione (deliziaaa!) e poi partiamo per Ho Chi Minh sull’ennesimo bus affollato.

HO CHI MINH, la vecchia Saigon, è stata così ribattezzata dopo la guerra del Vietnam (o guerra americana come la chiamano qui) in onore del patriotta rivoluzionario padre dell’indipendenza del paese, che guidò il Vietnam del Nord contro il Sud di cui Saigon era la capitale. Questa è forse la città che più colleghiamo alla guerra, forse perché era la principale base dell’esercito americano, forse perché ogni film o libro sull’argomento la nomina, forse perché è in questa zona che sono state inflitte le ferite più profonde. 

Proprio qui, nella zona di Cu Chi a pochi km dalla città, si può vistare un tratto delle centinaia di km di tunnel sotterranei utilizzati dai vietcong nelle operazioni di guerriglia contro l’esercito americano, tunnel che hanno avuto un ruolo fondamentale nel portare il Vietnam del Nord alla vittoria, ed è qui che vogliamo venire come prima cosa appena arrivati in città. 

Prima di entrare nei tunnel passiamo attraverso la foresta visitando i bunker dove i vietcong vivevano e preparavano le armi, vediamo le minuscole bocche di ingresso originali dei tunnel e le trappole feroci costruite per catturare i soldati americani. Un tratto dei tunnel è stato oggi allargato per fare in modo che anche i visitatori taglia non-vietcong possano percorrerne una parte ma anche così si passa a fatica camminando accucciati, nel buio, sentendo il sudore e l’umido sulla pelle e l’odore della terra nelle narici… ed eccoci a immaginare di dover correre i 140 mt che separano un bunker dall’altro senza nessuna delle uscite ora fatte per permettere una veloce via di fuga contro la claustrofobia, immaginare di vivere giorni sottoterra con sopra la testa solo il groviglio della giungla e il rumore degli spari o delle bombe che piovono dal cielo. 

Sensazioni forti, che fanno nascere un sentimento di grande rispetto per questo popolo indomito e battagliero, capace di tenere testa grazie solo alla loro forza di volontà e patriottismo a un nemico enormemente superiore in quanto a mezzi e risorse. 

Noi conosciamo la guerra del Vietnam principalmente attraverso la lente della Tv e quindi un punto di vista americano, che ha sempre dipinto i vietnamiti come feroci e violenti semi-selvaggi….e posso anche immaginare il terrore che incutevano nei soldati persi tra la giungla a cercare guerriglieri ombra, abbiamo visto le trappole disseminate nella foresta che sicuramente dovevano causare ben più di un incubo….Ma qui, e il ancor più il giorno dopo visitando il museo della guerra, vediamo questo conflitto anche dagli occhi dei vietnamiti, un popolo sì di indole dura ma anche di spirito pacifico, che ha visto arrivare le esplosioni dove prima c’erano solo risaie, il napalm dove prima c’erano villaggi, le torture a far tradire quelli che erano amici, l’agente Orange, un potente diserbante tossico, fatto piovere sulla foresta fino a distruggrre tutto, avvelenando il terreno e causando malattie e deformazioni che si presentano ancora oggi a più di 40 anni dalla fine della guerra.

La guerra che porta ovunque odio e dolore, quel dolore che rende uguale ogni fazione, invasori e invasi, vinti e vincitori, quel senso di smarrimento e paura che si legge in tutti i volti ritratti nella sezione del museo dedicata ai grandi fotografi che hanno seguito questo lungo e folle conflitto, spesso lasciandoci la pelle, ma lasciando nel contempo a noi una testimonianza incredibile e terribile insieme, certamente emozionante, del perché l’umanità dovrebbe imparare a stare lontano dall’orrore che è la guerra.

La visita al tunnel e al museo è senza dubbio un’esperienza forte ma anche una tappa fondamentale per capire qualcosa in più di questo paese così difficile da decifrare. Che stupisce anche qui a Saigon é come di fianco alle abitudini di strada e ad un modo di vivere ancora molto asiatico si stia radicando una cultura molto filoamericana, e ci chiediamo come proprio gli eventi della guerra non abbiano portato qui a un rifiuto di tutto quello che é occidente. Ma il popolo vietnamita vuole solo dimenticare e vivere in pace. Inoltre proprio l’America nell’ultimo ventennio ha portato nel paese molti investimenti che hanno permesso un innalzamento generale del tenore di vita, spazzando via tutti rancori residui. 

Parlando proprio di tenore di vita ecco un’altra cosa in cui il Vietnam ci ha molto sorpresi: non ci aspettavamo livello di benessere così elevato. Certo, ci sono ancora molte persone che vivono in condizioni molto umili, ma tantissime stanno decisamente bene, ci sono tante belle case, auto nuove e anche di lusso, una quantità impressionante di moto e scooter, persone vestite alle moda…ci sarebbe piaciuto approfondire questo tema, e in realtà anche molti altri, per capire veramente com’é essere vietnamita nel 2019, qual è il grado di soddisfazione della popolazione e le sue prospettive ma come già accennato non è facile qui entrare davvero in contatto con le persone. I locali si dividono tra chi ti tratta con cortesia ma mette comunque un muro, chi é solo intenzionato a venderti qualcosa (spesso prezzo molto più alto del dovuto) e chi è proprio scontroso. Oltre al fatto che l’inglese non è proprio il loro punto forte. 

Questo ci lascia decisamente l’amaro in bocca, conoscere un paese non può prescindere da un contatto con le persone che lo vivono e anche se sono i paesaggi che fanno dire wow, è senza dubbio il calore umano quello che resta nel cuore e ti fa davvero amare un luogo alla fine di un viaggio. 

Ci restano comunque altre due tappe prima di salutare il Vietnam: il delta del Mekong, di cui abbiamo in mente gli spettacolari scenari verdi, e l’isola di Phu Quoc, di cui invece bramiamo il mare azzurro. 

Per il delta del Mekong pensavamo di muoverci come sempre in autonomia ma l’agenzia con cui abbiamo visitato i tunnel di Cu Chi ci offre un tour di due giorni inclusi i trasporti fino a Phu Quoc ad un prezzo interessante e quindi ci facciamo convincere. Il proprietario è anche del Delta ci diciamo, saprà cosa ci propone, pensiamo…errore! Nel nostro essere sballottati tra MY Tho e Can Tho l’unica cosa che risponderà un pochino alle nostre aspettative saranno i cinque minuti in barchetta tra i canali e la visita ad un bellissimo giardino che produce frutta tropicale. E ok, anche l’ennesima ma amena pagodina. Per il resto il tour si ridurrà a un passaggio tra attività commerciali che cercano di estorcere qualche Dong ai turisti di passaggio. Anche al momento di visitare i famosi mercati galleggianti la sensazione è che per goderceli avremmo dovuto essere lí almeno un paio d’ore prima, non c’era l’atmosfera carica di vita di che ci aspettavamo di trovare. Momento clou è stato però il pranzo in cui come unica alternativa alla miserrima portata inclusa nel prezzo ci propongono della gustosa carne di coccodrillo, tartaruga o serpente, presentata sul menu con tanto di foto dell’animale alla National Geographic. Porto via Joh affamato e sull’orlo di una crisi isterica, quindi un consiglio: se proprio qualcuno volesse vedere il delta del Mekong, fatelo con una crociera, un tour privato o piuttosto con il fai da te e un bello scooter! 

Almeno il viaggio in bus ci regala qualche scorcio verde fino ad arrivare a Rach Gia, città costiera da cui partono i battelli per Phu Quoc, la nella isola vicino al confine cambogiano a cui approdiamo in un caldo pomeriggio di metà febbraio.

Qui ci siamo viziati con un bellissimo bungalow in legno circondata da un giardino con piscina al Sen Lodge, resort a pochi passi dalla spiaggia di Long Beach, bella ma con mare poco invitante. Nei tre giorni a seguire esploriamo l’isola in scooter scoprendo che purtroppo alcune delle spiagge più belle ad uso esclusivo di resort esistenti in costruzione. Parlo di chilometri chilometri di spiagge totalmente non accessibili. Rimane per fortuna libera (per ora) la bianchissima Bai Sao Beach sulla costa sud dell’isola, che con le sue acque basse, azzurrissime e cristalline, ci ricorda alcune delle nostre spiaggie preferite in zona Caraibi. Ma. Purtroppo anche qui c’è un MA:  basta camminare verso le due estremità della spiaggia superando i (pochi) gruppi di ombrelloni per trovare la spazzatura ad appropriarsi della sabbia bianca. Una vera e propria piaga che purtroppo non so come potrà non peggiorare considerato anche il fatto che mezza isola è under construction. Servirebbero quanto meno intense campagne di sensibilizzazione mirate a modificare la cultura locale (vedi pic nic in spiaggia che scaricano tutti i rifiuti lato mare) e l’imporre alle compagnie che stanno ‘resortizzando’ l’isola pezzo a pezzo di contribuire a realizzare un centro di smistamento e riciclo rifiuti. Ahimè, nutro poche speranze. E’ un peccato pensare che questa bella isola, dove ancora si sta comunque bene, in futuro sarà sempre più divisa tra paradisi paradisi a pagamento e montagne di spazzatura.

Lasciamo quindi il Vietnam il 20 febbraio diretti al confine Cambogiano (con transfer organizzato tramite un’agenzia che ci porta scomodamente ma felicemente oltre il confine in mezza giornata) quasi un mese dopo il nostro arrivo, portandoci la meraviglia di alcuni tra i luoghi più belli incontrati nei nostri viaggi ma anche la sensazione di fondo di non essere riusciti a entrare in sintonia con questo paese e con la sua gente, motivo per cui questo sarà per noi un adieu più che un arrivederci.

Ma ora la Cambogia ci aspetta e noi non vediamo l’ora di scoprirla!

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