HALF MOON BAY, WEST END
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GIPSY HONDURAS: I CARAIBI DI ROATAN E CAYOS COCHINOS

L’Hoduras è un paese di cui conosciamo ancora meno di quel che sapevamo del Guatemala. Ma una cosa sappiamo: ha delle isole meravigliose, las Islas de la Bahía, di cui fanno parte Roatan , Utilia, Guanaja e i cayos Cochinos. Se le prime due sono decisamente turistiche, le altre sono il lato selvaggio del Caribe hondureño.

Decidiamo di passare prima qualche giorno a Roatan, preferendola a Utila: ci dicono che la prima ha spiagge più belle, mentre la seconda ha un’atmosfera più backpacker e festaiola, ma dato che il lato festaiolo qui ci interessa molto meno di una bella spiaggia, prenotiamo tre notti a West End, poco lontano dalla bellissima ma super turistica West Bay.
West End ci sembra il giusto compromesso e il nostro hotel, il Chillies, ovvero il più economico trovato in zona, una scelta perfetta. Con 30 dollari abbiamo un semplice ma pulitissimo bungalow in legno con patio amacato, in fondo a un meraviglioso giardino tropicale pieno di alberi di mango che ogni mattina ci servono la colazione a due passi dalla porta di casa. Proprio dall’altra parte della strada c’è la mezzaluna di sabbia dorata che è half moon bay, frequentata per lo più da (pochi) locali, da cui raggiungere la barriera corallina con poche bracciate e vedere tramonti da favola.

Camminando 10 minuti verso il centro di West End si incontrano vari ristoranti e qualche barettino non molto frequentato. Non ci aspettavamo grande movida quindi fin qui tutto ok, ma non ci aspettavamo nemmeno che fosse tutto così caro, un piatto difficilmente scende sotto di 15 dollari, considerato che in media in Honduras un lavoratore guadagna 250-300 euro al mese i prezzi sono decisamente a misura di spennaturista. Ok che siamo su una isola, ma un pesce fritto 15 dollari anche no eh! Anche far la spesa per cucinare a casa è decisamente caro, quando mi viene chiesto un dollaro l’una per delle zucchine nane mi cadono le braccia. A questo dobbiamo aggiungere che pur essendo nei Caraibi e in Honduras l’atmosfera che si respira manca del calore latino che tanto amiamo. L’isola è stata dominata a lungo dagli inglesi, e poi è arrivato massiccio il turismo canadese e gringo, insomma qui di Latinoamerica non c’è poi molto, basti dire che la prima lingua è l’inglese!

Tirando le somme dei primi due giorni dobbiamo ammettere che primo impatto non è stato entusiasmante, ma non avevamo ancora scoperto il lato più speciale dell’isola, quello che mette in secondo piano qualsiasi “difetto”: la sua vita sottomarina.

Il nostro hotel ha al suo interno un diving, il Native Son’s, che oltre ad offrire immersioni a prezzi più che ragionevoli permette con soli 5 dollari di andare con loro in barca e dedicarsi allo snorkeling, ottima alternativa ai ben più costosi snorkeling-tours offerti ovunque. Iniziamo così a conoscere il meraviglioso mondo sommerso che circonda Roatan, dato che a pochi metri dalle sue coste si erge la barriera corallina mesoamericana, la seconda più grande del pianeta dopo quella australiana. 
Qui la barriera prende forme incredibili creando faraglioni, canyon, tunnel e caverne, mentre la parte superiore è ricoperta di vita: coralli, anemoni, alghe che formano giardini in cui nuotano pesci multicolore. E se già con lo snorkeling si vedono cose spettacolari, non vi dico immergendosi. Non so, non ho grande esperienza di diving in giro per il mondo, ma mi riesce difficile immaginare formazioni più belle di quelle che ho la fortuna di ammirare qui. 

Non è nemmeno obbligatorio andare fuori un barca per godersi le meraviglie subacquee di Roatan, scopriamo infatti che poche bracciate al largo della punta ovest della spiaggia di West Bay, che già in sé è un capolavoro di sabbia bianca e acqua color piscina, si trova una delle barriere coralline raggiungibili da spiaggia più belle che abbiamo mai visto, una versione in miniatura dei grandi canyon di coralli che si possono ammirare in immersione.

Insomma tra spiagge da cartolina, snorkeling, immersioni e una serie di fantastici tramonti il tempo sull’isola scorre più leggero del previsto. Scopriamo anche dove cenare con soli 5 dollari (Calelu’s) e dove trovare un supermercato a prezzi equi con tanto di sughi Barilla e una fornita corsia dei vini (supermercato a Hoxon Hole, a 10 minuti di collettivo da West End)  quindi il naso storto si trasforma facile facile in un sorriso beato…ed è così che giorno dopo giorno ci troviamo ad averne passati qui una decina senza nemmeno accorgercene. 

A Roatan passiamo anche il mio compleanno e non potrei desiderare di più, se non forse un teletrasporto per avere qui almeno un giorno la mia famiglia e qualche amico. Ho sempre amato il mare, la sensazione di pace e di leggerezza che trasmette, il rumore delle onde che si infrangono sulla sabbia, la perfezione delle sfumature di azzurro che sa raggiungere, il colore dei pesci che nemmeno la seta più brillante può eguagliare…come potrei quindi trascorrere meglio il mio trentacinquesimo compleanno se non sopra e sotto questo mare meraviglioso, insieme a quel matto che ha deciso di essere qui con me oggi, nella vita e nel viaggio? 

Si sono 35, e questo compleanno alternativo mi calza a pennello. 

Questa volta non penso al fatto che sono nell’età in cui tradizionalmente si consolida la carriera, si fa una famiglia, si rinnova la casa, si mette definitivamente ‘la testa a posto’. Penso che questa è l’età in cui sono riuscita a realizzare il sogno più grande che io abbia mai osato concepire. Penso che questa valigia di esperienze, di sorrisi, di conoscenze e di memorie che mi porto in spalla e e che cresce di giorno in giorno sia il regalo più grande che la vita potesse fare a me. E se penso al futuro, non temo che le rughe possano cambiarmi il volto o che il tempo a mia disposizione diminuisca, temo di dovermi ritrovare a fare una vita che non mi calza più a pennello. Quindi il mio augurio per me per questo compleanno è che io possa seguire in qualche modo questo percorso controcorrente iniziato otto mesi fa, che io non debba più rinunciare a questa libertà dalle 4 mura e dal cartellino e da una vita disegnata su dei binari….e se per fare le cose in grande mi auguro di trovare una nuova casa dove poter passare ogni futuro compleanno vicino al mio elemento, il mare.

Tornando alla nostra Roatan, forse capirete che anche dopo dieci giorni la voglia di andarcene non è poi tanta ma…the trip must go on, nuovi orizzonti ci attendono! Vogliamo esplorare il lato più selvaggio delle isole della Bahia, i cayos Cochinos. Si tratta di 13 isolette, famose per essere state il set dell’Isola dei Famosi (che non ho mai visto, ma tant’é..)alcune private, solo 2 abitate, decisamente ancor poco visitate. Qui si ritrova la popolazione Garifuna, che vive in casette di legno e paglia sulla spiaggia, senza elettricità né acqua corrente, affittando qualche stanza ai pochi turisti che non si accontentano di visitare i Cayos con tour in giornata. Noi ovviamente non ci accontentiamo e vogliamo passarci qualche giorno.

On line si trovano poche informazioni, se non che esiste un eco resort attrezzato ma piuttosto costoso e qualche cabaña che non riesco però a contattare in anticipo. 

L’ostello a La Ceiba dove avevamo passato la notte prima di prendere la barca per Roatán, il Guacamayos Hostel, ci aveva dato due opzioni: andare in bus fino a a Nueva Armenia per le 5 del mattino, trovare un pescatore che ci portassr sulle isole e chiedere direttamente agli abitanti di cayo Chachahuate un alloggio, oppure andare con loro in tour e poi fermarci dalla signora che prepara il pranzo e che può offrirci anche una stanzetta, e poi tornare chiedendo uno strappo a una delle barchette che approdano ogni giorno sull’isola. Il loro tour ha un prezzo accettabile, 40 dollari incluso il pranzo, quindi scegliamo la seconda opzione. 

Rientriamo a La Ceiba da Roatan, che è collegata alla terraferma con 2 traghetti giornalieri, uno la mattina e uno il pomeriggio, al costo non proprio popolare di 32 dollari a tratta. 
La città di La Ceiba è davvero bruttina e non ci fa sentire molto sicuri, quindi ci chiudiamo nella nostra camera al Guacamoyos per una maratona di pizza e Netflix in attesa di partire all’alba per i Cayos. Lasciamo le valigie all’ostello e partiamo con solo uno zainetto con lo stretto indispensabile e un po’ di provviste, dato che sull’isola non ci sono ristoranti ne supermercati.

Il tempo purtroppo è coperto e il mare piuttosto agitato, ma dopo mezz’ora di van e un’oretta di sballottamento un una barchetta di legno arriviamo a destinazione. I Cayos nonostante il maltempo sono bellissimi e molto selvaggi, solo cayo Chachahuate, dove ci fermiamo dopo un altro paio di tappe di snorkeling non indimenticabili, è pieno di casette di legno colorate e barchette ormeggiate davanti alla spiaggia bianca. La sensazione è che sia un po’ affollata, ma l’atmosfera ci piace da subito. Gli abitanti sono 100% Garifuna, pelle nera e sorriso bianco, e la signora Shery ci mostra la camera che diventerà la nostra casa per le prossimi tre notti, molto semplice con il suo pavimento di sabbia e la doccia ‘manuale’, ma anche molto pulita e con una vista meravigliosa sul mare azzurro. Lei ci offrirà anche di cucinarci ogni giorno un pranzo a base di pesce fresco, mentre per colazione e e cena ci permette con un piccolo extra di utilizzare la sua cucina. In realtà ci sono un paio di piccole tiendas che vendono l’indispensabile, ma noi comunque siamo arrivati piuttosto ben attrezzati dalla terraferma.

Arrivati sul cayo il primo pensiero é: cosa cavolo faremo qui tre giorni?!? Ma come già c’è capitato in alte occasioni, il tempo in luoghi così selvaggi sembra scorrere in modo diverso, e le giornate corrono via veloci, anche perché alle 7 è buio pesto e il generatore dá luce solo fino alle 9, dopo di che l’unica distrazione è il rumore delle onde e del vento (e, lo ammetto, qualche serie scaricata sul Mac).

Il terzo ed ultimo giorno che passeremo qui ci aspetta però una sorpresa: la signora Shery ci avvisa che sarà una giornata di festa, la feria annuale dei garifuna che vivono tra Cayos Chachauate e Nueva Armenia sulla costa. In occasione di questa festa viene portata sull’isola la statua del loro santo protettore, e tutti i componenti della popolazione garifuna si riversano sulle spiagge del cayo, dove iniziano a cantare, suonare percussioni e ballare dalle prime luci dell’alba fino all’alba successiva. 
Ed è così che ci ritroviamo, unici turisti a dormire nell’isola, ad osservare affascinati questo gruppo colorato che come una grande famiglia siede intorno ai percussionisti che si esibiscono senza stop, mentre ad uno ad uno gli spettatori  si mettono al centro esibendosi in un minuto di danze. Le bambine, bellissime con le loro treccine o nuvolette di capelli neri, ci ronzano attorno incuriosite dalla macchina fotografica, dai miei capelli biondi o anche solo dal fatto che siamo qualcosa di diverso nella loro routine isolana. Basta chiudere gli occhi per sentirsi trasportati dall’altra parte del mondo, dalle sabbie bianche dei Caraibi alla terra rossa dell’Africa, qui tutto richiama le radici lontane di questa fiera popolazione: i colori, i suoni, i movimenti, i vestiti, le parole. Ci sentiamo privilegiati ad essere qui, in questa isola dalle casette di legno e senza elettricitá, ad essere testimoni di queste tradizioni e di questa cultura antica di cui prima di questo viaggio non conoscevano nemmeno l’esistenza. 

E ancora penso che viaggiare è sempre un gran insegnamento e una grande sorpresa, la maggiore fonte di conoscenza che l’età adulta può portare con se.

Rientriamo a La Ceiba con ancora nelle orecchie l’eco dei tamburi e ci prepariamo a ripartire per la meta successiva.
Abbiamo deciso di tralasciare l’Honduras di terraferma, in questo momento ci sono alcune proteste sul territorio che pur non essendo in sé pericolose per i turisti creano grosse difficoltà di movimento: anche solo per andare a Leon, in Nicaragua, gli shuttle che collegano direttamente i due paesi fanno un giro molto largo per saltare Tegucigalpa, la capitale, o addirittura spezzano il viaggio in due giorni passando dalle rovine di Coban.
Noi decidiamo di fare tutto in una sola tirata: sappiamo già sarà un viaggio infinito ma come dire, via il dente, via il dolore. Ci appoggiamo sempre a Rooney Shuttle, con cui siamo arrivati dal Guatemala, e alle 9 di mattina partiamo per quelle che saranno 18 interminabili ore di viaggio.
Ma un’altro paese ‘misterioso’ aspetta di essere esplorato, è la volta del Nicaragua e come sempre mentre passiamo il confine anche se stravolti pensiamo solo alle nuove scoperte che ci attendono, alle nuove persone che incontreremo, alle emozioni che ogni nuovo giorno di viaggio riuscirá ancora a regalarci.

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