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GIPSY FILIPPINE SPIN OFF: SIARGAO E MALAPASCUA

Come vi ho raccontato nell’ultimo episodio il nostro soggiorno filippino avrebbe dovuto concludersi qui, ma grazie alla politica di cancellazione di Air Cina e ad un piccolo colpo di testa abbiamo ancora due settimane a tu per tu con il nostro -ad ora- paese preferito. Ci sono ancora due isole nella nostra wish list, Siargao e Malapascua, e con gioia ora abbiamo tempo per entrambe.

Dopo aver lasciato Bohol e fatto una scappata a Cebu per il visto del Canada, dove transiteremo per arrivare in Messico, oltre che per rinnovare il visto Filippino (in circa 3 ore e 50 euro al boureau of immigration), ci imbarchiamo alle 7 di sera su una barca per Surigao, da cui una seconda attraversata ci porterà a Siargao. La nave è l’alternativa a un più costoso volo, ma dobbiamo dire che il viaggio (compagnia Medallion, l’unica che copre questa tratta) si dimostra piuttosto piacevole. Ci viene assegnato un posto letto in un salone dove dormiamo come se non ci fosse un domani, almeno fino a quando alle 4 di notte la barca approda al porto. Una seconda barca e 5 ore dopo (abbiamo scelto la più lenta, scopriremo poi che altre compagnie ci mettono un terzo del tempo!) approdiamo a Dapa, Siargao. Via di tricycle driver ed dopo alcuni tentativi falliti troviamo una semplice ma pulita casina con balcone a due passi dalla via principale di General Luna, nostra per 18 euro a notte. Il tempo non è dei migliori ma affittiamo il motorino per 5 giorni (che diventeranno 8) e partiamo alla scoperta dell’isola. 

Che fare a Siargao? Beh, considerando che questa è la mecca filippina del surf, qui tutto ruota attorno a questo: negozi, bar e resort sono tutti surf oriented, ci vuole poco quindi a capire che per entrare nello spirito dell’isola non possiamo che dirigerci verso “cloud 9”, il punto dove si infrangono poco lontano dalla riva onde perfette, che tra agosto e settembre si gonfiano per ospitare gare internazionali e surfisti da tutto il mondo. In aprile, che è solo l’inizio dell’alta stagione, le onde sono ancora piccole e quindi perfette per chi vuole imparare. Ecco quindi che dopo una ricognizione della zona e due chiacchiere con i tanti istruttori che girano in spiaggia, Johnny parte con la sua prima lezione di surf. Diversi resort offrono lezioni a circa 20 euro all’ora, ma qui a cloud 9 un’ora con uno dei ragazzi del posto costa la metà, prezzo più che adeguato per chi non sa nemmeno come stare in piedi sulla tavola. Per dire, io già so che solo questo per me richiederebbe un tempo tendente all’infinito, quindi in questo caso sono io ad abbandonare la mia mezza mela alle sue lezioni mentre io lo guardo spaparanzata nella nostra amaca all’ombra delle palme. Not that bad!

E così poco a poco iniziamo ad entrare in questo piccolo mondo a parte che è Siargao. Prima di arrivare avevamo tanto sentito parlare di questa isola come una delle mete imperdibili di un viaggio nelle filippine, ma il motivo di questa fama non appare subito evidente: non ci sono paesaggi mozzafiato e General Luna ad una prima occhiata sembra solo una sfilza hotellini e negozietti lungo la strada che la attraversa e la spiaggia seppur bella soffre molto la marea e non ha il mare azzurro che si trova altrove. Ma, non appena si smette di cercare e si inizia vivere quello che è Siargao, a sentirne l’energia magnetica, a gustarne l’atmosfera, è li che la magia inizia a fare effetto, fino a che nel giro di un paio di giorni non ci si scopre totalmente incantati dal fluire della vita dell’isola.

Moto con attaccate tavole colorate sfrecciano tutte in una sola direzione: Cloud 9. Qui surfisti e non si ritrovano seguendo il flusso della marea per cavalcare il mare, creando tra le onde un punto di ritrovo dove scambiarsi chiacchiere, consigli o sorrisi in attesa dell’arrivo della cosiddetta “big mama”, l’onda perfetta. Anche chi resta sulla spiaggia viene contagiato da questa atmosfera pacifica e rilassata ma allo stesso tempo carica di vita. Qui culture straniere e locali si mischiano fino a creare un’unica comunità capellona e sorridente che si muove al ritmo della marea e che con il calare del sole si sposta verso il molo di legno simbolo di Cloud 9 per ammirare i surfisti più esperti nonché i tramonti da sogno che regolarmente infiammano i cieli attorno all’isola. Qui, in una anonima giornata grigia, saremo spettatori di uno tra gli spettacoli più belli che il cielo ci abbia mai omaggiato, tra pennellate di rosso e arancio che sfumano nell’indaco e nel fuscia. Ogni angolo di cielo è una tavolozza, l’unico dilemma è da quale parte girarsi per imprimere nella memoria, digitale e non, un attimo di questa meraviglia. 

Calato il sole questo variegato gruppo di sposta di notte in notte in un punto di ritrovo diverso, ogni sera infatti un resort lungo la strada che collega il paese a Cloud 9 si anima con una festa aperta a tutti, dove incontrare davanti a una birra l’eterogeneo mondo che popola Siargao, prima di lasciare che il vento della notte rinfreschi l’atmosfera per preparasi ad una nuova giornata. Eat, Surf, Sleep, Repeat, questo il motto della bella Siargao, e si può sostituire surf con read, o relax, o drink, ma il concetto non cambia. Qui il flusso della vita isolana ti acchiappa fino a fare si che tu non abbia nessuna voglia di interromperlo.

Ma a onor di Siargao, le meraviglie da cartolina ci sono, eccome, basta volerle andare a scovare, da soli o con i sempre presenti tour. A circa un’ora da General Luna la prima tappa obbligatoria è Magpupunko Pool, un tratto di costa in cui la marea abbassandosi crea scenografiche piscine naturali circondate da sculture di roccia. Obbligatorio controllare la marea per evitare di arrivare, come noi, quando il livello dell’acqua si sta già rialzando nascondendo e rendendo non balneabili le pozze d’acqua. Noi siamo riusciti a nuotarci appena 10 minuti prima di essere ricacciati sulla spiaggia, che pur bella non è il punto forte della zona. Più a nord di Magpupungko si arriva fino ad Alegria Beach, una lunga spiaggia che a onor del vero forse anche per il cielo plumbeo non ci ha entusiasmato, ma il lungo viaggio è comunque ripagato dai magnifici scenari: palme, palme e ancora palme, una costellazione di palme, tante da essere impossibile contarle. Nella strada che da General Luna va verso Magpupungko si passa da una piccola altura da cui rimirare lo spettacolo della foresta di palme in tutto il suo verde splendore, cosa che da sola basterebbe per far amare questa isoletta all’estremo limite del mar Pacifico. 

Ma non è finita qui: la Sugba Lagoon dall’altro lato dell’isola è un altro piccolo paradiso naturale che è vietato perdersi. Qui si trova la zona di mangrovie più estesa del paese che divide la terraferma da un gruppo di isolette verdi che celano al loro interno lagune dall’acqua turchese, che invitano a tuffarsi e a non uscire più dal mare. Il paesaggio ricorda un pò quello delle chocolate hills in versione marittima. Noi le visitiamo evitando tour, arriviamo in scooter fino a Carmen, da cui partono le escursioni di tre ore alla laguna. Le barchette hanno un costo fisso di circa 30 euro+tasse di ingresso, ma portano fino a 6 persone. Noi dividiamo il costo con due studenti universitari di Manila, che oltre a condividere con noi un bellissimo pomeriggio tra tuffi e giri in canoa, ci offrono di dividere con loro la barca che il giorno dopo li porterà a Bucas Grande e alle 3 isole di Naked, Daku e Small Island. I costi sono un pò più alti della nostra media dato che tra barchetta privata, spesa al mercato per il pranzo (di cui si occuperà il capitano della barca) e ingressi alla Sohoton Cave partono circa 75 euro a coppia, ma questa giornata li varrà tutti!

Il viaggio fino a Bucas Grande non è una passeggiata, circa 2 ore, nel nostro caso allietate all’andata da uno scroscio di pioggia e al rientro da mare piuttosto incazzato. Ma lo spettacolo che si è aperto davanti ai nostri occhi una volta arrivati alla Sohoton Cave ripaga lavata e sveglia all’alba. Oltre all’acqua che varia dal celeste al turchese, trasparentissima, le scogliere ricoperte di verde creano qui un labirinto di lagune, collegate da passaggi tra le rocce e le grotte, in cui nuotiamo o ci arrampichiamo per poi tuffarci. In una di queste lagune nuota tranquilla anche una colonia bellissime meduse non urticanti. Un paesaggio incredibile e, almeno per ora, infinitamente meno affollato delle più famose lagune attorno a El Nido.  Ancora una volta ci sentiamo come dei bambini che scoprono un paese delle meraviglie tutto per loro, ci guardiamo attorno a bocca aperta e le foto sembrano non rendere giustizia a tanto splendore. Il nostro capitano ci aspetta con pazienza senza metterci fretta, tanto che praticamente una volta pranzato e riaffrontato il lungo tragitto verso Siargao ci resta ben poco tempo da dedicare alle 3 belle isole di fronte a Genereal Luna.

Qui il tramonto è alle 5.30 ed approdiamo a Naked Island quando il sole è già basso. Qui siamo su un atollino di sola sabbia bianca, sicuramente scenografico, ma dato che il tempo stringe dopo un bagnetto decidiamo rinunciare a Small Island per goderci il tramonto dalla spiaggia di Daku Island. Qui, a 15 minuti dalla costa, c’é il mare da sogno che manca a General Luna. La spiaggia è ancora una volta di un bianco accecante e il mare perfettamente azzurro, fino a che non inizia a riflettere i raggi del tramonto tingendosi di lilla e facendoci tanto desiderare di tornare un questo angolo di paradiso il giorno dopo per godercelo una giornata intera, come meriterebbe.

Ma ahimè, non possiamo più restare, la burocrazia ci obbliga a rientrare a Cebu in tempo per poter mandare il passaporto di Joh all’ambasciata Canadese che deve apporre il visto per il transito (ebbene si, per il transito, ma tant’è…). Dobbiamo quindi abbandonare Siargao, dopo 8 giorni volati tra ore di surf, giri in scooter, chiacchierate con la gente del posto, colazioni e cene deliziose (tra tutti The Taste of Siargao, La Cardineria e Kermit sono da non perdere).

Ecco quindi che dopo aver lasciato un pezzetto di cuore a Bohol, a Siargao ne abbiamo dovuto seminare un’altro, se la prima è stata una fantastica avventura la seconda è il posto in cui, fino ad ora, potremmo vederci a restare se non a tempo indeterminato sicuramente per un più lungo periodo. Peccato che qui alle Filippine non sia possibile per uno straniero possedere il 100% di un’attività, che dev’essere sempre per quota maggioritaria in mano a un locale. Ottima politica per non svendere all’estero la loro più grande ricchezza, la terra, e forse grazie a questo che qui ancora non si vedono mega resort cinesi ad abbruttire le coste, certo però che altrimenti un pensierino ce l’avremmo anche fatto. Ma tant’è. Continueremo a cercare mentre salutiamo Siargao con la voglia di tornarci prima o poi.

Dopo aver ripetuto la lunga attraversata al contrario riapprodiamo a Cebu all’alba, in tempo per spedire il passaporto, scoprire che dovremo tornare qui un giorno prima del dovuto per ritirarlo, infine prendere un autobus che in 4 ore ci porterà all’estremo nord dell’isola (Ceres bus dal terminal nord della Città, circa 4 euro). Da qui con l’ennesima barchetta approdiamo all’ultima meta filippina in programma: Malapascua.

MALAPASCUA

Arrivati a Malapascua ci ricongiungiamo con la nostra amica e compagna di viaggio Armanda, che dopo essere restata un pò più a Panglao ora è a qui da due giorni, attesa che ha riempito con il corso di advanced diving. Io questa volta non la seguo, decido però di regalarmi un’ultima immersione filippina, dato che Malapascua è l’unico posto al mondo in cui si ha la quasi certezza di poter nuotare insieme agli squali volpe. Fisso per l’ultima mattina che passeremo sull’isola, dato che prima abbiamo deciso di imbarcarci in un’ultima avventura, una fuga sull’isola semi-deserta di Kalanggaman. Si, questo anche perché, purtroppo, l’isola di Malapascua non ci sta proprio entusiasmando. Al nostro arrivo la prima cosa che abbiano notato è che il problema spazzatura qui è parecchio evidente a differenza di quello che abbiamo visto altrove, inoltre la bella spiaggia del paese, Bounty beach, è completamente invasa dalle barche attraccate a riva, tanto che è difficile fare un bagno. Avere una spiaggia come si deve si può, bisogna però attraversare i circa 3 km (meglio in moto-taxi) che separano Bounty beach dalla splendida e isolata Langob Beac, al nord di Malapascua. Questa spiaggia è bella ma ancor più bella è la baietta che si trova sulla sua destra, dove ci sono i resti di un resort abbandonato. Qui non c’è davvero niente e nessuno, la spiaggia è bianca, pulita e orlata da palme che regalano ombra tutto il giorno ed il mare è perfettamente azzurro e abitato da adorabili famigliole di nemo.  Oltre a questo -e alle immersioni, che a quanto pare sono la maggior attrattiva dell’isola- qui non c’è molto da fare, quindi Kalanggaman ci sembra una perfetta alternativa.

Kalanggaman è una isoletta disabitata lunga meno di un km, occupato per circa la metà da una perfetta lingua di sabbia bianca circondata da mare cristallino. In questo ultimo mese e mezzo abbiamo visto tanti posti splendidi, ma ancora una volta quando la nostra banca si avvicina alla punta di sabbia bianca adagiata in mezzo al mare rimaniamo letteralmente a bocca aperta. In quel momento non sai se fotografare, filmare, buttarti in acqua direttamente dalla barca o rimanere semplicemente a contemplare l’azzurro per cercare di imprimertelo nella retina. Perché un colore così perfetto non è riproducibile nemmeno dalla miglior macchina fotografica.

La maggior parte dei turisti approdano qui solo per gite in giornata, ma così facendo si perdono il meglio. Si perché sull’isola si può anche pernottare. Non ci sono strutture, solo qualche mini capannina di legno e la possibilità di campeggiare, oltre ad un paio di baracchini che vendono da bere e qualcosa da mangiare. Non che i gruppi di filippini che sono già sull’isola per dormirci si facciano cogliere impreparati, qui sono in corso banchetti da cerimonia e le griglie vanno a tempo pieno, cosa che nemmeno a ferragosto sulle spiagge pugliesi, ma anche per noi visitatori sprovveduti c’è di che non morire di fame. 

Per quel che ci riguarda, siamo già d’accordo per farci recuperare dal tour del giorno seguente, quindi noleggiamo due tende e perlustriamo la parte di isoletta coperta dalle palme per individuare dove vogliamo farci posizionare le tende. Ovvero, a pochi metri dalla riva, ovviamente. Esploriamo il resto dell’isolotto in costume e a piedi scalzi, come resteremo per le successive 24 ore. 

Dall’altro capo dell’isola il paesaggio è non meno stupefacente, qui la lingua di sabbia sembra aver attraversato la terra per poi serpeggiare sotto il pelo dell’acqua, formando una specie di passerella azzurra che sfuma nel blu del mare. Se questa non è perfezione, ci si avvicina parecchio. La sera il baracchino ci fornisce un pollo fritto che ci gustiamo ancora umidi dell’ultimo bagno dopo il calare del sole, e credetemi mai pollo fritto avrà un sapore più buono. Passiamo le ore seguenti a chiacchierare sotto il cielo stellato in compagnia di svariate birre fino a che le onde non ci accompagnano nel sonno. La notte è piuttosto freddina ma il risveglio all’alba con tuffo in mare per stropicciarsi gli occhi ripaga in pieno la notte non particolarmente confortevole. Riprendiamo l’attività di bagnetto-contemplazione-snorkeling fino a che alle 2 circa la nostra barca non ci raccatta per riportarci alla base.

Non potevamo concludere in modo migliore questo mese e mezzo di avventure filippine, se non che mi aspetta un ultimo bonus, l’emozione che proverò la mattina dopo quando a 30 mt di profondità vedrò nuotare a pochi metri da me decine di elegantissimi squali volpe. L’immersione inizia all’alba, quando questi squali schivi e non aggressivi si avvicinano alle pareti di un’isola sommersa per permettere ai pesciolini che abitano queste zone di ripulirli da parassiti e sporcizia, qui basta appostarsi tranquilli per vedere questi magnifici animali dalla lunga coda sfilare davanti a gruppetti di sub meravigliati. Beh, io meravigliata lo ero, all’ennesima potenza! 

Dopo quest’ultimo regalo concesso dalla meravigliosa natura di questo paese, siamo pronti per lasciare Malapascua e rientrare un’ultima volta a Cebu, dove ritiriamo il passaporto e ci concediamo un girono di riposo prima di intraprendere le 36 ore di volo che ci separano dalla seconda parte del nostro viaggio, l’America Latina.

I 46 giorni trascorsi nelle Filippine ci hanno riempito gli occhi di paesaggi incredibili, tra spiagge da sogno, natura rigogliosa, fiumi e cascate; ci hanno riempito il cuore con momenti di gioia, con sorrisi, con incontri speciali, con il senso di libertà che ci hanno trasmesso; ci hanno riempito la memoria di ricordi preziosi, di avventure e di meraviglia.

Tra i tanti paesi visitati fin’ora forse solo Cuba era riuscita ad entusiasmarci così tanto, anche se per motivi diversi. Quello che c’è a Cuba, e più in generale in America Latina, è legato all’atmosfera che si respira e alla cultura di fondo, qui alle Filippine è invece il trionfo della Natura, una bellezza tanto grande che è difficile pensare di poter ritrovare altrove, quanto meno con questa varietà. Ogni giorno qui ci ha riservato nuove sorprese e ci ha fatto svegliare con il desiderio che la giornata non finisse mai per non smettere di riempirci gli occhi di verde e di azzurro; abbiamo dormito poco, percorso tantissimi chilometri con qualsiasi mezzo a nostra disposizione; abbiamo sorriso tanto e siamo stati molto consapevoli della fortuna di essere qui a gustarci questo paese senza fretta, lasciandogli il tempo di farsi conoscere e di conquistarci.

Siamo pronti a partire, ma senza essere pronti a dire addio. Arrivederci Filippine, speriamo di rincontrarci presto.

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