DISCOVERING CAMBODIA
CULTURE,  Nature,  TRAVEL

GIPSY CAMBOGIA: 10 GIORNI PER INNAMORARSI

Rieccomi viaggiatore, sono qui per raccontarti della nostra settima tappa del viaggio, la Cambogia. 

Dopo aver passato un mese in Vietnam ed un mese prima ancora tra Thailandia e Myanmar iniziamo ad essere un po’ stufi di Indocina, il Vietnam ci ha lasciato un po di amaro in bocca e abbiamo tanta tanta voglia di arrivare alle Filippine, la meta che più attendiamo dal giorno della partenza. Siamo però a due passi da Angkor Wat, il sito archeologico più grande e famoso di tutta l’Asia, e non passarci ci sembra un’eresia. È vero che dopo la nostra storia d’amore con Bagan e i tanti templi visti in questi mesi, abbiamo un po’ il timore che Angkor Wat potrebbe non avere più lo stesso impatto, ma tant’é, abbiamo fatto 30…

Cerchiamo quindi il volo per le Filippine con partenza da Siem Reap lasciando 10 giorni alla Cambogia per conquistarci. 

KAMPOT

Da Phu Quoc verifichiamo che attraversare la dogana ed arrivare a Sihanoukville in giornata, in tempo per prendere l’ultima barca per le isole di Koh Rong, è decisamente ottimistico. Optiamo quindi per una sosta a Kampot, una tranquilla ma pittoresca cittadina coloniale poco dopo la frontiera. Prenotiamo per 8$ a notte una stanzetta al Baynan Tree, un ostello sulle rive del fiume che attraversa Kampot. La stanza raggiunge appena il minimo sindacale, ma è compensata dall’atmosfera rilassata che si respira sulle terrazze in legno affacciate sul fiume, dove bere birra fredda a pochi centesimi e gustare una finalmente ottima cucina distesi su morbidi cuscini. La pace. Si potrebbero passare tranquillamente così intere giornate, ma Koh Rong Sanloem e il suo mare azzurro ci aspettano quindi nella nostra unica giornata a Kampot noleggiamo un motorino ed esploriamo i dintorni. Poco lontano dall’ostello si trova una zona chiamata Green Cathedral, un canale circolare da percorrere in kayak scivolando tra le mangrovie e le palme che in alcuni punti si incurvano fino a formare una volta verde. Il punto di partenza è il Champa Lodge, un meraviglioso resort gestito da un belga che vive qui da un decennio e che ci spiega come negli ultimi anni la Cambogia stia cambiando velocemente, spunta dal vento di modernizzazione e dai capitali in arrivo dall’estero ingolositi dalle possibilità turistiche del paese. Da lui affittiamo i kayak e in pochi minuti ci addentriamo nei canali, il percorso è bellissimo e il paesaggio mozzafiato, un po’ quello che mi aspettavo di trovare nel delta del Mekong, purtroppo solo non possiamo che constatare che anche qui in quanto a cura dell’ambiente non siamo messi molto bene, nei punti più stretti del canale navighiamo letteralmente sulla spazzatura…ogni volta che troviamo questo ‘spettacolo’ è una stilettata al cuore.

Dopo il kajak avremmo voluto visitare uno dei villaggi di pescatori Cham sulle rive del fiume, ma non avendo connessione internet vaghiamo alla cieca fino a che non lo individuiamo esattamente sul lato opposto del fiume rispetto a noi, quando ormai il sole sta calando. Guardiamo quindi il cielo colorarsi di rosa mentre le barche dei pescatori sfilano davanti a noi dirette al mare e poi torniamo a farci rapire dalle good vibes del nostro ostello. 

KOH RONG SANLOEM

Il giorno dopo in tarda mattinata passa prenderci il bus che ci deposita a Sihanoukville dopo averci sballottati per tre ore abbondanti. Shianoukville è veramente da brividi: un cantiere a cielo aperto su cui sorgono a perdita d’occhio scheletri di palazzoni grigi con scritte in cinese. Ci chiediamo cosa pensano di portare qui, e come sia stato permesso di deturpare così quella che era una tranquilla città costiera che ora ha un’atmosfera vagamente post-apocalittica. Per fortuna restiamo pochissimo: da qui una lancia fa la spola tra terraferma e le isole, dove sbarchiamo senza esserci prima fatti mancare un rocambolesco cambio barca a metà strada (motore guasto, per fortuna il mare é calmo!). 

Ma parliamo delle isole: la scelta é tra Koh Rong, la maggiore e più party oriented, e Koh Rong Sanloem, la minore e ancora decisamente più selvaggia. Noi scegliamo naturalmente la seconda. Qui ci sono tre possibilità per dormire e bisogna scegliere prima di sbarcare, dato che ogni baia ha un suo molo e sull’isola ancora non esistono strade e quindi trasporti via terra. Le opzioni sonoSaracen Bay, lunghissima spiaggia bianca e sistemazioni piuttosto costose, Lazy e Sunset Bay, più isolate e con giusto un paio di resort stile cast away, o M’Pai Bay, dove sorge l’unico villaggio dell’isola con guesthouse e ostelli più semplici.  Avevamo sentito parlare di quest’ultima come la più autentica ma anche la meno bella come mare (ed anche un po’ sporca). Decidiamo comunque di sbarcare qui senza prenotazione, iniziamo a capire che il Viaggio con V maiuscola è anche e soprattutto questo: farsi portare dal momento, cercare il più possibile contatto con la gente del posto e dare a ogni luogo la chance di sorprenderti. Possiamo ora dire che è stata un’ottima scelta. A due passi dal molo troviamo una camera in una casetta di legno direttamente sulla spiaggia, il May Way Cambodia, che sarà la nostra casa per i 6 giorni seguenti.

Alex, una mia coetanea francese, gestisce questo posto da sola e con molto amore da alcuni mesi, le stanze sono semplici ma curate e pulite, con un paio di punte di diamante nelle due suite con finestra sul mare. Appena fuori, con i piedi nella sabbia, si apre la vista della baia. Sdraiati nelle amache sotto le palme ci chiediamo che cosa si potrebbe desiderare di più.

Ma non è finita: da qui, con pochi minuti di passeggiata, si arriva una seconda spiaggia praticamente deserta dall’acqua bassa e cristallina, e spingendosi ancora oltre camminando attraverso il bosco per poco più di mezz’ora, si arriva a quella che prenderà un posto nel nostro cuore tra le spiagge più belle mai viste, Clearwater bay. Chilometri di spiaggia bianca incontaminata toccata da acque turchesi e orlata dal verde della foresta. Non credo di aver mai visto una spiaggia così meravigliosamente wild. Purtroppo alle nostre spalle alcuni lavori in corso ci fanno scoprire che parte del terreno è già stata venduto ad una società cinese che qui costruirà un re sort, e ci piange il cuore, vogliamo ancora sperare che chiunque costruirà in questo luogo saprà rispettare cotanta bellezza. Ci credo ahimè poco, ma ci spero tanto.

Un giorno decidiamo di andare a vedere anche la più famosa Saracen Bay, partendo la mattina presto con la barca pubblica per rientrare attorno alle cinque. La baia é effettivamente splendida e l’acqua e azzurrissima, ma l’atmosfera è molto più fredda e in qualche modo impersonale rispetto a M’Pai Bay. Per non parlare dei prezzi: 7 $ per una colazione ci fanno dire anche no, grazie. Da qui attraversiamo l’isola fino a Lazy Bay, una bella baia tranquilla con un solo resort dove si sta sicuramente bene ma che ci fa riconfermare sempre M’Pai Bay come il perfetto mix tra atmosfera, belle spiagge e qualche localino non ancora troppo turisticone. Anche per quanto riguarda il tema spazzatura che tanto temevamo, è vero ogni tanto si trova qualche rifiuto plasticoso incagliato nella sabbia, e che a giorni alterni il molo è invaso da sacchi di rifiuti da far portare via non avendo ovviamente l’isola nessun modo di smaltire i rifiuti, ma dopo aver viaggiato in mezzo sud-est asiatico posso assicurare che che qui la situazione è decisamente migliore che altrove. 

Prima di arrivare sull’isola il nostro amico Marcelo, conosciuto a Bagan, ci aveva avvisati: “esta isla te atrapa’’, ti cattura.  Ed è proprio così, anche dopo sei giorni non vorremmo proprio andare via, iniziamo a immaginare che in un posto così potremmo anche vederci a vivere per un po’, proprio come Alex con la sua piccola adorabile guesthouse. Qui quasi tutti i locali cercano volontari disposti a lavorare qualche ora in cambio di vitto e alloggio, ci pensiamo anche seriamente, tanto da provare a spostare il nostro volo, ma dato che ci costerebbe più che comprarlo nuovo seguiamo il corso del nostro viaggio e abbandoniamo questo piccolo paradiso dirigendoci a Siem Reap come da programma.

SIEM REAP E ANGKOR 

L’ennesimo bus notturno, per fortuna un po’ più confortevole rispetto a quelli vietnamiti, ci porta in ‘sole’ 12 ore alle porte di Angkor Wat.

Qui visto il nostro budget scegliamo una guesthouse di poche pretese a un paio di km dal centro, stando bassi in vista del costo di ingresso al sito ed i prezzi decisamente turistici in vigore in città ( 37$ un giorno ad Angkor, 12$ per il noleggio ebike, pasti 8/10$). 

Ma eccoci, la mattina seguente siamo pronti per esplorare l’antica capitale dell’impero Khmer. Oggi restano solo monumenti religiosi, gli unici costruiti in pietra, ma in passato era una città vastissima. Per questo motivo, per visitare  anche solo i principali siti, come faremmo noi, meglio muoversi in ebike o in tuk tuk, perché le distanze sono importanti e ancora di più lo è il caldo. Partiamo avendo in programma di visitare sette siti, alla fine riusciremo a vederne solo cinque, perché il bello è proprio perdersi in ogni tempio, guardare i bassorilievi, sedersi osservare come il tempo non ho tolto bensì aggiunto fascino a questa magnifica testimonianza di una cultura lontana. Partiamo con la nostra esplorazione dal più famoso, che da nome al complesso: Angkor Wat. Decidiamo di saltare l’alba che pur spettacolare è sempre troppo affollata per i nostri gusti, arriviamo quindi verso le 8:30, trovando comunque una discreta folla, con netta predominanza di cinesi e coreani. Mamma, quanti sono? Fuggiamo dalle folle attraverso i corridoi secondari, ammirando le sculture e lasciando volare l’immaginazione. Questo tempio è immenso, mi perdo nell’ammirarne la grandiosità e mi trovo a pensare a quanto vorrei che le pietre attorno a me potessero raccontare tutte le storie a cui hanno fatto da scenografia, che mi potessero raccontare le vite di coloro che nei secoli le hanno ammirate proprio come sto facendo io ora. 

Il tempo vola e solo da qui usciremo dopo più di due ore. Tappa successiva, Banteay Kdei, un tempio più segnato dal tempo rispetto ad Angkor, ma anche meno visitato e per noi forse ancora più affascinante. Siamo forse in 10 a vagare tra le porte, le colonne ed i cortili disegnati dal sole che passa attraverso il tetto crollato, in un’atmosfera da mondo perduto. Un albero si staglia vicino ad uno degli ingressi, avviluppando le pietre con le sue radici. Un assaggio di quello che ci aspetta al Tha Prohm Temple, famoso per essere stato set di Tomb Raider. Visitiamo questo sito verso l’ora di pranzo così da approfittare del momento in cui i tour si fermano per una pausa. Il tempio écomunque decisamente affollato, inoltre da poco è stata costruita una passerella in legno con tanto di piattaforme piazzate strategicamente nei punti in cui magnifici alberi dalla corteccia argentata si sono fatti strada con le radici tra le mura dando vita a degli intrecci unici e davvero molto suggestivi. Ogni piattaforma é presa d’assalto da masse di cinesi dotati di selfie stick, e questo toglie ahimè a questo posto magnifico molto del suo incanto. Forse l’unico momento in cui poter godere del Tha Prohm sarebbe l’alba, quando tutti si affollano attorno ad Angkor Wat, ma avendo solo questo giorno a disposizione cerchiamo di estraniarci dalle masse da selfie ammirandolo per circa due ore prima di ripartire. Sono già le tre del pomeriggio e abbiamo ancora solo due ore a disposizione prima della chiusura.

Decidiamo quindi di saltare il Preah Khan, che deve pur essere bellissimo, perché non vogliamo perderci il tempio Bayon, al centro Angkor Thom, la città murata cuore dell’impero. Attraversiamo le mura attraverso il Victory Gate, portale monumentale sulla cui cima sono scolpiti volti sorridenti nella pietra, proprio come quelli che ritroveremo a breve sulle cupole del Bayon Temple. Quest’ultimo tempio è ancora diverso dai precedenti, è proprio lui che ci ruba un pezzetto di cuore.  Bayon già dall’esterno trasmette una sensazione di ‘imponenza verticale’: il tempio è un crescendo in altezza fino alla cupola centrale, essendo inoltre più piccolo di altri si può ammirare in un’occhiata in tutto il suo splendore. Ma è salendo le scalinate che attraversano il colonnato, le gallerie coperte e salgono verso il livello superiore che si accende le magia. Appena posiamo i piedi sulle terrazze ci troviamo circondati dalle 37 guglie in pietra scolpita, da cui centinaia di volti sorridenti ci seguono con lo sguardo come delle giganti Monna Lise. Dovunque tu sia il loro sorriso ti accompagna benevolo e misterioso, guidandoti tra portali scolpiti, passaggi tra le torri e maglifici bassorilievi. La foresta si estende a perdita d’occhio ai nostri piedi ed il sole calando fa risplendere di una luce dorata il sorriso dei nostri amici di pietra, regalandoci uno di quei momenti perfetti che ti si conficcano dritti nel cuore.

Ci risvegliamo dall’incanto di Bayon quando il sole sta per toccare le cime degli alberi quindi corriamo per raggiungere l’ultima tappa in programma, il Phom Bakheng, noto come punto da cui osservare il tramonto. Ci arrampichiamo in fretta e con una discreta sudata lungo la collina su cui il tempio è costruito, sappiamo che una volta in cima c’è la possibilità di dover fare un po’ di coda per salire sulla terrazza, ed effettivamente quando arriviamo alcune decine di persone sono in attesa, ma siamo un po’ delusi: il tempio non è niente di che dopo le meraviglie di oggi e nemmeno la vista ci entusiasma. Ridiscendiamo la collina sempre correndo per andare a goderci lo spettacolo sul ponte della porta sud di Angkor Thom, che abbiamo appena attraversato e che offre una prospettiva molto più suggestiva del sole che si tuffa nel fiume dietro le 54 statue di divinità allineate sul lato a ovest del ponte. 

Concludiamo così la giornata senza essere riusciti a vedere proprio tutto quello che speravamo ma incantati da questo posto senza eguali, che già sappiamo avrà un posto speciale nei nostri ricordi di viaggio.

Ci resta ancora una giornata prima di volare verso le Filippine e decidiamo di passarla esplorando i dintorni di Siem Reap. Sappiamo che sul vicino lago Tonle ci sono alcuni villaggi galleggianti visitabili solo tramite (costosi) tour. Memori dell’esperienza sul Mekong decidiamo di evitare e costeggiammo con la nostra ebike il fiume che attraversa Siem Reap, allontanandoci in direzione del lago. Vaghiamo senza meta per una decina di km fino a che, dopo una curva, vediamo apparire sulla destra una piana con un villaggio  interamente costruito su palafitte. Ci addentriamo nelle viette polverose, il caldo é impietoso e poco dopo siamo costretti a fermarci all’ombra di una casa dove iniziamo a chiacchierare con un ragazzo che sta lavorando alla palafitta vicina. Con un inglese sorprendentemente ottimo ci spiega che nella stagione delle piogge, tra giugno e luglio, il livello dell’acqua cresce fino a sommergere completamente la piana che ora stiamo percorrendo in motorino, rendendo questo villaggio solitario -dove, tra l’altro, siamo gli unici stranieri in vista-raggiungibile solo in barca. 

Proseguiamo e poco più avanti superiamo il molo da cui partono le barche turistiche fino a che la strada asfaltata finisce trasformandosi in un sentiero sterrato che sfocia sul lago Tonle. A destra e a sinistra sul pelo dell’acqua sorgono decine di case in lamiera, costruite su galleggianti in rete riempiti da bottiglie di plastica vuote. Questo é il vero Bside della Cambogia, paese in cui la povertà serpeggia di fianco della ricchezza apportata dal turismo, di cui però beneficia solo una piccola parte ‘privilegiata’ della popolazione, sicuramente non quella che popola queste casette circondate dalle spazzatura e sovrastate da un sole che picchia sul metallo dei tetti, senza alcuna possibilità di riparo. Qui vivono tutti coloro che contribuiscono come ingranaggi nascosti a far scorrere la macchina ben oliata del turismo: tuk tuk driver, pescatori, coloro che riparano le barche o tritano il ghiaccio che poi si trova nei drink serviti nella pub street di Siem Reap. Una realtà cruda, forse la più povera vista in questo viaggio. Ma anche qui insieme alla polvere si respira una incrollabile voglia di vivere e di godersi quel piccolo prezioso carico di gioie che la vita può offrire: ed ecco i fiori crescere rigogliosi e colorati nei patii delle casupole sgangherate, sale da biliardo open air sorgere ai lati della strada dove i locali ridono passandosi una birra, gruppetti di uomini che giocano a carte o dormono in amaca sui tuk tuk parcheggiati, bambine che vanno in bicicletta girandosi per lanciarmi un sorriso. 

Ecco cara Cambogia, ora sarei proprio curiosa di approfondire questa conoscenza appena iniziata, sarei curiosa di andare oltre alla pacifica e rilassata vita isolana e alla grandiosità del tuo patrimonio storico, vorrei saperne di più …ma un volo ci attende, e con esso il paese che più desideriamo visitare da quando questo viaggio incredibile ha preso forma nelle nostre fantasie, le Filippine. 

Ti salutiamo quindi cara Cambogia, ma si tratta di un arrivederci, ti salutiamo sperando che il vento di modernità che inizia a soffiare anche qui sappia migliorare le condizioni di chi ancora vive ai margini di una società in via di sviluppo, ma che allo stesso tempo non porti l’aviditá che abbiamo visto altrove e che tu sappia avere cura delle tue ricchezze più grandi, la tua bella natura e il sorriso del tuo popolo. ‘Cuidate’ Cambogia, arrivederci a presto. 

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Follow by Email
Share on Facebook
Share on Twitter
Share on LinkedIn
Instagram