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IL VIETNAM CENTRALE E IL MAGICO TRIO: HUE, DA NANG E HOI AN

Sono passate due settimane dall’ultimo racconto, ma l’attraversamento del Vietnam si è dimostrato più stancante del previsto, quindi dopo essere rimbalzati ogni due giorni da una città all’altra finalmente nella nostra ultima tappa vietnamita, Phu Quoc, trovo un po’ di quiete per raccontarvi il resto della nostra discesa del paese. Ero rimasta al Vietnam centrale con Hue, Da Nang Hoi An.

Eccoci quindi a Hue dopo aver lasciato la verde Tam Coc a bordo di un bus notturno, 10 ore in cui dormire non è proprio affar semplice, un po’ per i sedili completamente abbassabili ma piuttosto scassati, un po’ per il piccolo Schumacher alla guida, un po’ perché il bus è affollato e non proprio silenzioso. Pianti, tosse, suonerie e video ascoltati a palla, il concetto di non disturbare il prossimo qui non credo sia popolare. Nonostante il servizio non proprio luxury il costo non è bassissimo, circa 25$, che qui sono parecchi. Ma il TET è alle porte e dato che anche i vietnamiti approfittato della loro unica festa nazionale per andare a trovare la famiglia o per qualche giorno di vacanza, i prezzi salgono alle stelle, particolarmente per i turisti (devo dire che pare si faccia a gara per chi riesce a estorcerci più denaro, per lo stesso bus ci hanno chiesto fino a a 40$, importante sondare il terreno prima di prenotare un servizio). Ad ogni modo in questo periodo tutti si muovono, le città si svuotano, ed ogni meta vacanziera del paese diventa praticamente off-limits, cosa di cui eravamo ancora ignari.

Nonostante le feste Hue al nostro arrivo non si presenta comunque troppo affollata: evidentemente attrae un turismo più straniero che locale, ma anche i turisti non sono tanti. Le ragioni per visitare la città si ritrovano nel suo passato di residenza degli imperatori, di cui rimane oggi la cittadella e alcune tombe mausoleo. La zona dove si concentrano hotel e locali è poco distante dal cittadella, quindi dopo un riposo mattutino per riprendersi dalle fatiche del viaggio, dedichiamo il pomeriggio alla città imperiale, il luogo in cui gli imperatori risiedevano e da cui governavano il paese tra il 1800 e la fine della monarchia nel 1945.

Il complesso è enorme e costruito immagine della città proibita di Pechino anche se purtroppo gli eventi che nell’ultimo secolo hanno colpito il paese ne hanno distrutto una buona parte: prima un incendio e poi le guerre hanno lasciato in piedi pochi edifici, oltre alle mura e ad alcuni splendidi portali.

Devo anche dire che orientarsi al suo interno non è semplice: non ci sono indicazioni chiare sul percorso da seguire né mappe, nonostante le guide lette sul web abbiamo vagato le prime due ore senza trovare nulla che veramente ci colpisse, stavamo quasi abbandonando l’esplorazione quando nell’ultimo angolo abbiamo trovato la zona probabilmente più interessante e meglio conservata, subito a sinistra dell’ingresso (e naturalmente noi avevamo iniziato il giro dalla destra) . Forse in questo caso una guida avrebbe aiutato, comunque la vista di questi maestosi padiglioni e templi, divisi da portali e giardini, é senza dubbio affascinante, una traccia di quello che doveva essere questo luogo prima che l’incuria è la stupidità umana arrivassero a portare guerre e bombardamenti anche tra queste mura. 

Terminato il giro, un po’ per questa mezza delusione, un po’ per la voglia di fare almeno un paio di giorni di stop vicino al mare prima di arrivare a Hoi An per il capodanno, prenotiamo un biglietto per il treno del giorno successivo direzione Da Nang. Il tratto di ferrovia che separa Hue da Da Nang (circa 3 ore e 4$ acquistando i biglietti on line su baulau) è di per sé un’esperienza da non perdere. Il treno attraversa a passo d’uomo gli spettacolari paesaggi dell’Hai Van Pass,  con le rotaie che scorrono tra la rigogliosa foresta e su viadotti che accarezzano i fianchi delle colline vista oceano.

A dire il vero eravamo un po’ indecisi se includere o meno questa tappa nel programma, sulla carta questa città dallo sviluppo relativamente recente ha meno attrattive rispetto alle vicine Hue e Hoi An,  ma alcuni viaggiatori incontrati per strada ce ne avevano parlato così bene da scacciare ogni dubbio.

Effettivamente ci sono tanti buoni motivi per apprezzare Da Nang, incastrata tra il fiume Han con il suo ampio e vivace lungofiume, la costa oceanica con la chilometrica spiaggia orlata di palme, la verde penisola di Son Tra a nord e le misteriose Marble Moutains a sud. Il tutto condito da buoni ristoranti (inaspettatamente non così facili da trovare in Vietnam), un’atmosfera rilassata e un cielo sempre azzurro. Il mare di per sé non è niente di che, ma la spiaggia è lunga, bianca, pulita e decisamente poco affollata, dominata in lontananza dall’enorme statua di Lady Buddha che svetta sulla montagnetta di Son Tra, ricreando un effetto molto Copacabana.

Per il primo giorno e mezzo vaghiamo in bici tra lungomare e lungofiume, sarà anche che per il TET tanti sono partiti ma la città è meravigliosamente tranquilla e passeggiare su due ruote è un piacere.

Una curiosità: la città ha vari ponti che attraversano il fiume, tra loro anche un particolare ponte a forma di drago che ci dicono essere famoso per uno spettacolo che si tiene tutti i sabati e le domeniche attorno alle 9.00. Decidiamo quindi di passarci prima di andare a cena, peccato che lo spettacolo consista in qualche gettata di fuoco seguita da una vera e propria cascata di acqua che ci inzuppa fino alle mutande. E la cosa divertente è che mentre noi gocciolando ci guardiamo con gli occhi sgranati e scappiamo dalla cascata tanti locali si prendono contenti la pioggia a secchiate nei loro abitini da serata di festa. De gustibus.

La serata ci regalerà peró anche la migliore cena di tutto il Vietnam al ristorante Tre Viet sul lungofiume: assaggeremo i pancakes salati ai frutti di mare, gli involtini freschi di gamberi in carta di riso e il delizioso cau lau, un’insalata di noodle di riso con maiale, erbe fresche e pezzetti di involtini primavera. Per quanto cercheremo non troveremo più un mix così bilanciato di sapori tra pesce fresco, erbe profumate e salsine gustose. Purtroppo non sempre la cucina vietnamita ci darà queste soddisfazioni, troppe sere ci troveremo in difficoltà con piatti molto dolci, inaspettatamente piccanti o semplicemente mal cucinati, mentre per quanto riguarda lo street food che qui viene spesso decantato, sarà un nostro limite ma le condizioni igieniche sono spesso talmente al limite che solo in pochi casi ci siamo sentiti abbastanza confident da rischiare. Ebbene sì, ci sono state notti in cui letteralmente ho sognato fiorentine e spaghetti al sugo, io che fino a poco fa storcevo il naso davanti agli italiani in vacanza in cerca di pizzerie. Giuro, vi sono solidale.

Tornando a Da Nang, il terzo e ultimo giorno ci motorizziamo e esploriamo in scooter la penisola di Son Tra, attraverso una scenografica stradina tutta curve che sfocia su alcune spiagge deserte e alla Linh Ung Pagoda, casa dell’imponente e candida Lady Buddha, che con i suoi 67 metri supera in altezza sia la statua della libertà che il Cristo Redentore e veglia placida sulla baia, circondata da altre bellissime pagode, giardini con bonsai e lo spettacolo dell’oceano sotto di lei.

Ancora più belle saranno però le pagode che ci aspettano il pomeriggio alle Marble Mountains, cinque montagnette dai poetici nomi Acqua, Terra, Legno, Metallo e Fuoco. La leggenda narra che le montagne si originarono da cinque frammenti di un uovo di drago nascosto sottoterra da un vecchio eremita ed effettivamente questo luogo ha un che di magico: uniche alture isolate nella piana di Da Nang, nascondono caverne, passaggi sotterranei e decine di templi all’interno delle grotte o tra la vegetazione tropicale. Esplorarle ci ha fatto sentire un po’ novelli Indiana Jones -a parte il fatto di essere preceduti e seguiti da decine di altri esploratori in erba. La caverna di Huyen Khong in particolare, così ampia da nascondere al suo interno diversi templi e statue di Buddha, è davvero stupefacente e merita la fatica di salire la ripida scalinata che parte dai piedi della montagna ‘Acqua’ (si beh c’è anche un ascensore, ma che gusto c’è sennó a fare gli esploratori?!

Insomma, consigliamo Da Nang? Assolutamente si! Bellezze naturali a parte sarà l’unico posto in Vietnam che ci farà andare via con la voglia di restare ancora un po’. 

Ma siamo all’alba del TET, il famoso capodanno lunare vietnamita, e non passarlo nella scenografica città delle lanterne, Hoi An, ci sembra un peccato. Si, a noi e a qualche altra decina di migliaia di turisti e vietnamiti, come scopriremo a breve… Ad ogni modo partiamo la mattina del 4 febbraio con il bus pubblico (linea 1) che da Da Nang porta a Hoi An, sorprendentemente funzionante anche in questo giorno prefestivo in cui mezza città ha le serrande abbassate, ed in poco più di un’ora siamo a destinazione.

Hoi An è speciale già dal primo sguardo. Qui i palazzi moderni, i neon e le strade trafficate che ci hanno accolto nelle altre città vietnamite non sono arrivati ed il centro, chiuso alle auto ma non del tutto agli scooter (naturalmente) è una perfetta cartolina dei secoli scorsi. In questa antica città portuale che fu casa di molti mercanti cinesi, giapponesi ed europei, il tempo si è fermato dopo che a inizio novecento un insabbiamento del fiume causó la chiusura del porto. Negli anni 90 intervenne l’UNESCO dichiarando il centro sito protetto e salvandolo così dal forte sviluppo, spesso non meravigliosamente controllato, che ha caratterizzato le altre città del Vietnam nell’ultimo ventennio.

Ecco così che passeggiando per le strade le case sono ancora quelle tradizionali, in legno o in muratura dalle tinte vivaci, con i bei patii e cortili interni. La maggior parte è ora sede di caffè e hotel un po’ fighetti, ma anche questo ha fatto sì che tutte siano ancora in perfette condizioni. Alcune sono state mantenute come da originale e trasformate in musei, ma non abbiamo potuto visitarle in quanto chiuse per 5 giorni causa sempreamato TET. In questi giorni anche il ticket di ingresso alla città è stato sospeso, cosa che temo abbia portato qui ancora più visitatori, e passare per il ponte giapponese coperto o le sedi delle corporazioni mercantili, ora trasformate in templi, diventa un vero e proprio bagno di folla. Ma per fortuna basta allontanarsi un po’ tra le viette colorate per rendere la passeggiata se non proprio solitaria quanto meno vivibile.

Ma parliamo ora delle lanterne, le iconiche lampade di seta colorata che appaiono in ogni foto mai scattata in questa città: sono ovunque, coloratissime, appese nelle strade, sugli alberi, sulle facciate dei ristoranti e sulle barchette che propongono il giro lungo il fiume, ma è solo quando cala il sole e ad una ad una si accendono che prende vita l’incanto di Hoi An, un incanto a cui non si può restare immuni. Certo, sarà anche un quadretto costruito -o meglio conservato- ad uso e consumo dei turisti, perché é chiaro che il Vietnam di oggi NON è più Hoi An, nè nelle città affollate che strizzano l’occhio all’Occidente nè nelle zone rurali in cui ancora i contadini sono chinati nelle risaie fino oltre il tramonto, ma nonostante questo Hoi An è un gioiello non può lasciare indifferente nemmeno il viaggiatore più scettico.

A questo scenario dai mille colori si aggiungono le centinaia di piccole interne di carta che vengono accese e lasciate a galleggiare sul fiume assieme ai desideri, anche loro molto scenografiche almeno fino a che non ci si rende conto, la mattina dopo, che tutti resti di carta e cera colorata si accumulano sera dopo sera ai lati del fiume.

È evidente, e andando a sud lo sarà sempre di più, che il problema spazzatura tanto grave in Asia é qui ancora più invadente, perché in Vietnam più che altrove esiste questo mix micidiale di modernità e consumismo, abbinato ad una cultura che non è ancora pronta a gestirne il lato oscuro. Tanta disponibilità di prodotti usa e getta e una totale inconsapevolezza del loro impatto a lungo termine. Ci troveremo spesso nella nostra discesa verso il sud di fronte a gruppi di amici o famiglie che dopo un picnic in natura con decine di stoviglie e contenitori in plastica semplicemente scrolleranno la tovaglia lasciando tutto il ‘waste’ dove loro banchettavano fino a poco prima.

Questo mix di mondi con tutte le sue contraddizioni é ancora una volta quel che più ci colpirà di questo paese e che posso forse riassumere con un piano sequenza tratto dalla notte del TET: da un palco arrivano canti tradizionali che si mischiano ai bassi pompati dai locali a bordo fiume, interrotti a mezzanotte da 20 minuti di fuochi d’artificio che nemmeno a Montecarlo. Subito dopo si scatenano nuovamente i dj e con loro turisti ventenni e i giovani vietnamiti, fianco a fianco sulle note di ‘gnamgnamstyle’ , mentre al di là della strada famiglie in abito tradizionale sedute a tavolini di plastica mangiano street food e riprendono il tutto con il loro iPhone.

That’s Vietnam, e il loro 2019 sta iniziando ora.

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