ALICE, JOHNNY, CELIA AND MORGAN EXPLORING MANDALAY SURROUNDINGS
CULTURE,  PEOPLE,  TRAVEL

GIPSY BURMA 2: IL FASCINO DISCRETO DI MANDALAY

In attesa del volo che domani ci porterà via dal Myanmar verso la scoperta del Vietnam riordino le idee ed i ricordi di questi ultimi bellissimi 10 giorni. Ufficiale, il Myanmar è un paese da visitare. Per la natura, per la storia racchiusa nelle migliaia di templi antichi sparpagliati per il territorio, per i paesaggi, per la gentilezza infinita della gente, per la sensazione di viaggiare in un luogo ancora profondamente autentico, nonostante il turismo inizi a far sentire la sua presenza invadente.

Ci siamo limitati a poche tappe, preferendo dedicare tempo ai luoghi che ci hanno più colpito sacrificandone degli altri che pur sono certa avrebbero potuto regalarci altrettante soddisfazioni. Devo ammetterlo: solo per visitare con calma i paesi asiatici che abbiamo scelto di toccare prima dedicarci all’America latina, la nostra meta principale, probabilmente sei mesi basterebbero appena, ma in attesa di trovare il modo di diventare viaggiatori a tempo indeterminato dobbiamo fare delle scelte individuando per ogni paese i punti a cui davvero non vogliamo rinunciare, lasciandoci comunque un po’ di flessibilità per dare al vento la possibilità di farci cambiare strada.  Ecco quindi che per il Myanmar, dopo Yangon e il lago Inle dove abbiamo passato quasi il doppio dei giorni inizialmente previsti, saltiamo Kalaw, meta di trekking favorita del paese, per procedere nel viaggio con i nostri ormai inseparabili amici francesi, che saranno in questa seconda parte di Myanmar i migliori compagni di viaggio possibili.

Prossime tappe Mandalay e Bagan. Mandalay è spesso descritta come una città priva di grandi attrattive, se non alcune pagode e la ricostruzione del Palazzo Reale, ma vicina ad alcuni punti di gran interesse. Arrivati qui come già ad Inle con un bus notturno che approda in città prima dell’alba, passiamo la mattina a riposarci in hotel (Diamond Rise hotel, ok come comfort e posizione ma un po’ impersonale) per poi uscire in esplorazione verso mezzogiorno. Pochi passi dall’hotel incontriamo un simpatico quasi sessantenne guidatore di rikshaw, che ci propone di farci scoprire la città. Inizialmente non siamo convinti -povero, la città è grande e in due pesiamo- ma lui insiste tanto sul fatto che é il suo lavoro e lo fa da sempre e ci facciamo convincere. Ottima scelta. Ci porta verso i quartieri meno centrali, dove si lavora l’oro in sottili foglie, si scolpisce il marmo e si intaglia il legno, poi ci accompagna a visitare un antico monastero e le più belle pagode della città raccontandocene la storia, il tutto permettendoci di osservare con calma la vita, i volti e colori della città che scorre lentamente attorno a noi. Questa città mi piace, ha una bella atmosfera serena, certo non ci passerai una settimana ma me l’ero fatta dipingere peggio di quello che è.

La sera ci concediamo una pausa dalla cucina birmana, buona ma un po’ monotona, con un salto in Europa al Bistro 82. Gustoso. La mattina insieme a Morgan e Celia partiamo per esplorare dintorni di Mandalay. Prima tappa al mercato della giada, posto assurdo dove ogni giorno migliaia di persone comprano, vendono e lavorano questa pietra traslucente tanto apprezzata in oriente da raggiungere un valore pari a quello dei diamanti. Impossibile per noi non esperti valutarne il valore, meglio quindi astenersi dall’acquistare, ma il mercato è in sé molto affascinante. Dopo il mercato ci fermiamo presso il monastero Mahagandayon, il più grande del Myanmar, dove ai turisti è permesso assistere all’unico pasto principale del 1400 monaci che abitano questo luogo. Nelle loro intenzioni questo dovrebbe permettere agli stranieri di avvicinarsi alla cultura e alle tradizioni buddhiste, in realtà questo momento sarà quello nel nostro viaggio in Myanmar in cui ti avvertiremo di più il lato oscuro del turismo: centinaia di persone si affollano ai lati del cammino dei monaci fino a sbarrargli la strada, ho visto addirittura un cinese strattonare un monaco per farsi un selfie con lui. Che tristezza! Il momento di per sé sarebbe affascinante, i tanti monaci di tutte le età formano una fila ordinata e silenziosa, tutti identici al di là della loro provenienza e classe sociale nelle loro tuniche porpora, rosa e arancio, è uno stralcio di vita tanto differente da quel che troviamo nella nostra Europa quanto tipico di questi paesi in cui i monaci sono una presenza costante e millenaria. Ancora una volta rifletto sulle due facce del turismo, che può essere la più grande forma di arricchimento, conoscenza e apertura mentale ma anche una piaga quando non è accompagnato da profonda consapevolezza e rispetto.

Ripartiamo con destinazione Saigang, la cui principale attrattiva consiste in una verdissima collina affacciata sul fiume e disseminata di pagode bianche e dorate che spuntano dalla vegetazione. Ci godiamo la mattinata passeggiando con calma, godendoci la quiete e chiacchierando con un simpaticissimo pittore fan del calcio europeo che ci coinvolge tutti in geniali imitazioni dei calciatori e siparietti da attore consumato. Ancora ridiamo al pensiero. Il pomeriggio approdiamo un po’ in ritardo a Inwa, dopo la pausa pranzo e varie soste ai sempre presenti negozietti artigianali dove rimango incantata dall’abilitá di alcune ragazze che realizzano a mano spettacolari jaquard di seta.

Dico in ritardo perché volendo concludere la giornata guardando il tramonto vicino al famoso U Bain bridge, possiamo dedicare a Inwa solo un paio d’ore mentre ne avrebbe meritate almeno il doppio. Questo sito, chiamati anche Ava, è un’antica capitale imperiale che vide il suo massimo splendore tra il 14º e il 19º secolo prima di essere quasi del tutto distrutta da un forte terremoto. Ora rimangono alcune splendide rovine quasi nascoste tra le risaie e le piantagioni di banani, collegate da piccole stradine percorribili su carretti trainati da cavalli. Pochi turisti, silenzio e un’atmosfera quasi irreale, tra templi in rovina ma ancora ricchi di fascino, un monastero in teak finemente lavorato e circondato da palme ed uno monumentale in pietra scolpita nel cui prato oggi i ragazzi del posto si sfidano a pallone.

Il tempo corre veloce ed arriviamo ad Amarapura quando il sole è appena calato oltre l’orizzonte. Qui l’U Bein Bridge é famoso per essere il ponte  di teak più lungo del mondo e vedere da qui l’alba o il tramonto è uno dei must della zona. Il luogo brulica di vita e centinaia di persone attraverso il ponte in ogni momento della giornata. Riusciamo a catturare il momento in cui il cielo si tinge di arancio e di rosa nell’ennesimo spettacolo offertoci della natura, ma ci rimane un po’ l’amaro in bocca per non essere riusciti a goderci l’attraversata del ponte e il panorama del lago.

Sapendo quanto tempo avrebbero meritato questi due ultimi posti avremmo dovuto almeno chiedere all’autista del taxi che ci portato in giro per la giornata di evitare le solite tappe shopping. Già così rientriamo in hotel 12 ore dopo la partenza, pensando che avremmo potuto dedicare un altro giorno a questa città per viverci tutto per bene, ma tra le basse aspettative e la voglia di arrivare alla tanto desiderata Bagan avevamo già prenotato il bus per la mattina successiva. Salutiamo quindi Mandalay, scusandoci mentalmente con lei per averla sottostimata, ma emozionati per la destinazione che ci aspetta: la magica antica capitale del regno Pagan con i suoi oltre 3000 templi immersi nella foresta.

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