ME AND JOHNNY EXPLORING INLE LAKE BY BOAT
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GIPSY BURMA E IL LAGO INLE, GEMMA DEL MYANMAR

Dalla nostra camera con vista panoramica sulle colline che circondano il lago Inle è arrivato il momento di raccontarvi del Myanmar, o almeno i primi nove giorni di viaggio in questo paese che si sta rivelando sorprendente. 

Inizio con l’anticipare che a breve dovremo lasciare la nostra splendida camera con vista per prendere il bus per la prossima tappa, Mandalay, ma che qui saremmo rimasti con piacere anche il doppio del tempo, già contagiati dell’atmosfera placida del villaggio di Nyaungshwe, in cui il tempo sembra scorrere più lentamente, quasi per non disturbare la calma del lago che ha reso famoso questo paesino dell’entroterra Birmano.

Il lago Inle, con i suoi 116 km² di superficie per massimo 4 m di profondità, non deve di certo la fama ai suoi numeri, ma tanti viaggiatori prima di noi ne sono rimasti stregati e posando gli occhi la prima volta sulla sua distesa di argento liquido ne abbiamo capito il perché. Navigando le sue acque calme sembra insieme di tornare indietro di centinaia di anni, di vivere 3D il meglio documentario di National Geographic e insieme di essere risucchiati nelle pagine di una qualche  fiaba. La superficie immobile del lago, con colori che variano dal blu intenso, all’argento e al verde, riflette come uno specchio il cielo che sfoggia uno dei toni di blu più perfetti mai visti, rotto solo da alcune nuvole bianche che fanno da scenografia a pittoreschi villaggi galleggianti, dalle cui case colorate si affacciano volti di ogni etá che salutano con gran sorrisi il nostro passaggio. Le donne lavano i panni su pontili di legno, i bambini giocano nell’acqua lontani dal viavai delle barchette a foglia che servono da unico collegamento con i vicini e la terraferma. L’unico apparente segno che corre l’anno 2019 é dato dalle parabole colorate appese a molte delle finestre. 

Ma partiamo dall’inizio: approdiamo a Nyaungshwe, villaggio porta del lago, dopo tre giorni passati a Yangon, che detto tra noi a parte per la visita alla spettacolare Shwedagon Pagoda, non ci ha poi entusiasmati. È una città grande e piena di vita ma non particolarmente affascinante, anche se la visita dell’enorme complesso di templi e stupa che è la Shwedagon Pagoda vale assolutamente la tappa. Da visitare nel pomeriggio per godere sia della vista dell’enorme cupola dorata illuminata dai raggi del sole, sia del tramonto che dipinge il complesso di meravigliose sfumature, per poi ascoltare i piccoli monaci che cantano salutando il momento dell’accensione di centinaia di candele tutto intorno alla pagoda. L’ingresso al complesso è a pagamento per noi stranieri, come la maggior parte di quel che visiteremo in Myanmar, ma i 10.000 kyat richiesti valgono assolutamente la spesa. 

Lasciamo Yangon a bordo di un bus notturno che in circa 11 gelide ore ci porterà al Lago Inle. I VIP bus, il mezzo più semplice ed economico per spostarsi in Myanmar, sono piuttosto comodi e coprono tutte le principali località toccate dal turismo, possono essere prenotati di destinazione in destinazione con un giorno d’anticipo, solo bisogna ben attrezzarsi contro l’aria condizionata sempre a mille. Nel tragitto scambiamo due chiacchere con due simpatici ragazzi francesi, fratello e sorella in viaggio a lungo termine in Asia, li ri-incontreremo due giorni dopo sul lago per non lasciarci più per tutto il resto dell’avventura birmana. 

A Nyaungshwe il nostro hotel è il 51 Star, nuovissimo e tenuto impeccabilmente dal meraviglioso staff che ci riempirà di premure facendosi sentire a casa e anche un po’ viziati. L’hotel, per la modica cifra di 15 € a notte, oltre a una super colazione ci fornisce delle biciclette, quindi passiamo il primo giorno esplorando i dintorni, partendo dal variopinto mercato che passa dal paese un giorno ogni cinque, spostandosi negli altri quattro tra i villaggi attorno al lago. Dopo qualche acquisto al mercato pedaliamo in mezzo al verde verso il villaggio di Maing Thauk.

Qui il nostro primo vero incontro con lago e la sua gente: camminiamo fino alla fine di un ponte in teak dove un abitante del posto ci propone per due spiccioli di farci fare un giro per il villaggio con la sua barca, visto che finito il ponte non esistono altri passaggi all’asciutto per esplorarlo. Sfiorando il pelo dell’acqua ci inoltriamo in questa stupefacente realtà e all’improvviso la città, il cemento, il traffico, lo stress sembrano solo invenzioni di un qualche romanziere noir. La vita qui scorre con una semplicità disarmante e nonostante le evidenti scomodità il villaggio è molto vivo e popolato ed insieme estremamente tranquillo. Un ragazzo suona la chitarra appoggiato ad una porta e le risate dei bambini che giocano su una barca rovesciata si mescolano solo al rumore dell’acqua smossa remando dalla nostra guida. Mi sento felice e in pace con il mondo come solo si può essere in alcuni momenti semplicemente perfetti. 

Il giorno dopo ci accordiamo con un barcaiolo conosciuto all’arrivo per un’escursione nella zona sud del lago per visitare alcuni villaggi e pagode. Il pick-up dall’hotel é alle 6:30 e il freddo della notte è ancora intenso ma tutto passa in secondo piano quando il lago si apre di fronte a noi e la luce dell’alba ci regala la seconda grande emozione in due giorni. Il lago è famoso per l’immagine dei pescatori locali che come equilibristi stanno sulla punta della barca con una gamba sola, reggendo con l’altra remo o una grossa rete a forma di canestro. Questa cartolina ci accoglie giusto all’inizio del viaggio e devo dire l’effetto è davvero wow, anche se sappiamo che questi primi pescatori sono lì solo per una messa in scena in onore di noi turisti, uno dei pochi segni che questo paradiso perduto è comunque uno dei luoghi più visitati del paese. Poco dopo comunque proseguendo sul lago incontriamo i veri pescatori e devo dire che le differenze si ritrovano giusto nelle reti normali anziché a cesto e nell’abbigliamento un poco meno tradizionale.

Visitiamo un altro villaggio sull’acqua non che il più esteso del lago, Iwama, più il villaggio di turno per il mercato itinerante con annessa pagoda, dove incontreremo la donna dalla risata più contagiosa di sempre, nei panni di una venditrice di the. Passiamo poi a un bel monastero in teak pieno di gatti -si dice che in passato i mici ci fossero addestrati dei monaci a saltare in dei cerchi, mentre ora fortunatamente si limitano a sonnecchiare al sole- e ancora ci fermiamo a vedere alcune attività artigianali tipiche del posto. Devo dire che accettiamo volentieri queste tappe “shopping oriented’” che la guida ci propone perché qui l’artigianato è ancora veramente sinonimo di fatto a mano e si può quindi osservare la lavorazione certosina dell’argento (che qui è di una qualità speciale con il 98% di argento puro), la preparazione della fibra tessile derivata dal fiore di loto, che viene poi intessuta con magnifici telai di legno a pedale, e ancora la preparazione delle sigarette locali fatte di sole foglie e tabacco coltivato sulle montagne vicine. L’acquisto non è d’obbligo, ma si vedono delle cose molto allettanti e la visita è comunque interessante. Terminiamo il giro avventurandoci in dei piccoli canali in mezzo al verde in uno scenario molto Apocalypse Now per raggiungere Inthein e le centinaia di stupa della pagoda che la domina dall’alto, dove passeggiare ascoltando il suono delle campanelle mosse dal vento. Il pensiero ricorrente della giornata è stato che vorrei ogni mio giorno fosse così perfetto.

L’unica piccola delusione in questo “wow day” é stata l’incontro con le famose “Long Neck Women” o donne giraffa, parte di una minoranza etnica, la tribù Kayan, originaria delle montagne birmane ma fuggita al nord della Thailandia circa 20 anni fa in seguito ad un conflitto con il governo. In Thailandia le donne di questa tribù sono diventate purtroppo una mera attrazione, confinata in villaggi a misura di turista, motivo per cui quando ero stata in zona per una vacanza avevo deciso di non cercarle. Speravo qui, nella loro terra di origine, di poterle incontrare e parlarci in una situazione più vera, visto che come tanti sono incuriosita dalla fierezza con cui queste donne portano attorno al collo decine di anelli di ottone che ne alterano la figura rendendole di una bellezza così unica.  Per questo quando c’è stato proposto di incontrarle, non mi aspettavo si trattasse di una visita ad un negozio dove tre donne Kayan aspettavano sul terrazzo in attesa di farsi fotografare. Arrivata davanti a loro devo dire che mi sono sentita molto a disagio, non volevo essere parte di quel meccanismo per cui le persone diventano delle attrazioni, ma ormai ero lì e girare le spalle e andarmene mi sembrava ancora più il rispettoso, quindi mi sono seduta e ho provato a scambiare due parole con la più giovane che mi ha spiegato brevemente ma con un sorriso quello che é la loro tradizione. Fatta una foto e lasciata una piccola mancia ce ne andiamo con la sensazione di disagio appiccicata addosso. Avrei voluto conoscere di più della loro storia, della loro cultura, sapere quali sono i loro sentimenti riguardo una pratica tanto parte della loro identità quanto impattante sul loro corpo e la loro vita, dato che è una volta messi gli anelli dovranno portarli in ogni momento della loro vita. Avrei voluto chiedere di più, ma non in questo modo. Anche se la ragazza è stata molto gentile, non mi sembrava avesse più di tanto voglia di raccontarmi, chissà quante volte avrà dovuto rispondere alle stesse domande d’altra parte…questo mi ha fatto molto riflettere su come sia spesso difficile trovare un equilibrio tra la nostra voglia di conoscere quello che è diverso da noi ed il pericolo così facendo di snaturarlo. 

Tornati da questa splendida e intensa giornata decidiamo subito di prenotare una seconda escursione in barca, questa volta per raggiungere Sankar nel bacino d’acqua più a sud del lago, così da poter esplorare la parte ancora meno turistica e popolata di questa zona che ci ha già conquistati. Le due gite ci costano in totale circa 40 € (15 + 25) assolutamente ben spesi. Sankar è un piccolo villaggio caratterizzato da un gruppo di stupa in parte immerse nel lago, un bel colpo d’occhio ma ancora più bella é la pagoda Tharkong giusto dall’altra parte del lago, con decine di stupa costruite in epoche e con stili diversi. Qui passeggiamo a lungo insieme ad una sola altra coppia di stranieri ammirando le sculture e i bassorilievi che adornano i tanti piccoli templi svettanti verso il cielo. Ma è soprattutto il viaggio in barca in sé ad affascinarci, lungo il tragitto possiamo osservare da vicino distese di fiori di loto, contadini che lavorano sulla terraferma o negli orti galleggianti, bambini che vanno a scuola in barca e qualche altra chicca artigianale come la distillazione del vino di riso, un micidiale liquore a 40 o 60° che non potremo esimerci dal comprare. 

Per le altre due giornate che passeremo a Nyaungshwe decidiamo di evitare altre escursioni (anche se i centinaia di stupa di Kakku erano per me una forte tentazione)  in favore di una dose di sano relax, tra giretti in bici, massaggi e l’osservazione di centinaia di monaci impegnati in agguerrite partite a calcetto nel campo davanti al nostro hotel. 

Dopo cinque giorni volati fin troppo velocemente salutiamo questo angolo di Myanmar che già sappiamo avrà un posto speciale nei nostri ricordi di viaggio, pronti per scoprire Mandalay, da tanti descritta con una cittadona poco attraente ma vicina ad alcuni posti davvero notevoli, e poi finalmente Bagan, il luogo che per primo ci ha incantati quando mesi fa dal nostro divano abbiamo iniziato a esplorare virtualmente questo paese che, al momento, ripaga pienamente tutte le aspettative.

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